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Non è carino iniziare un nuovo diario di bordo senza aver concluso quello dell’anno precedente. C’ho provato a settembre, poi a ottobre, poi a novembre, poi dal 3 dicembre non mi è nemmeno passato più per l’anticamera del cervello, i motivi sono evidenti. Quindi diciamo che in 10 stitiche righe ho appena concluso l’estate 2016.

Forse il modo migliore per raccontare l’inizio del diario di bordo del 2017 è quello di raccontare com’è andato avanti il parallelismo Ezechiele- Shibumi.
Eravamo rimasti a settembre 2016 con una nostra ultima offerta alla “vecchia”(che abbiamo poi scoperto non essere vecchia, ma una donna sulla 50, il che ha cambiato tutto il nostro immaginario). A fine ottobre, in un pomeriggio qualsiasi di un uggioso autunno milanese mi arriva una mail di Ste, -La “vecchia” ha accettato!!!!-.
Io urlo, salto, i bimbi gioiscono con me e ci fiondiamo in ufficio da papà per condividere la gioia anche con lui. Io e Ste ci baciamo, ci abbracciamo, tra commozione e felicità smisurata ci guardiamo poi con uno sguardo di sano terrore che tradotto in parole povere voleva dire: – e mo dove cazzo li troviamo i soldi?- .
Si, a noi piace fare così, nelle grandi scelte di vita ci deve sempre essere un cicinin di incoscienza e a noi quella non manca mai. Peccato che quel cicinin voleva dire notti in bianco, come se io già non ne facessi in quel periodo, nervosismo, anche di quello ne avevo le tasche piene e un bussare porta dopo porta ad agenzie finanziatrici che rasentavano lo strozzinaggio, o stroNzinaggio che sia. Poi per fortuna ci sono gli amici su cui puoi sempre contare e da quel momento le notti hanno iniziato a prendere un’altra piega. A metà novembre tutto era fatto, anticipo della grana al broker, invio della varia documentazione…adesso se davvero la barca viaggiava sullo stesso binario del figlio mancava solo lui:Timo
Una sera ci siamo detti: -Allora appena arriva il certificato d’acquisto nascerà Timo!!! ( Timo non arriva da Timone come in molti pensano, va beh che siamo barcaioli, ma sarebbe eccessivo; era l’unico nome maschio di 4 lettere che piacesse a tutti e 4) .
Cosi per due lunghe interminabili settimane ogni volta che passavo dalla portineria buttavo un’occhio nella casella della posta per vedere se spuntava una di quelle buste grandi, formato A4, quelle che non ci stanno tutte intere nella fessurina fatta apposta per multe e bollette. Niente. Per aver conferma che non ci fosse nulla per Stefano Barberis, chiedevo anche al portinaio se per caso avesse tenuto lui sul suo tavolo quella grande busta. Niente. Stavo perdendo l’entusiasmo e la pazienza, fanculo il parallelismo, basta che nasca sto bambino che non ne posso più, mi dicevo. Poi arrivò quel venerdì 2 dicembre, una fredda uggiosa giornata invernale milanese, la mattina mi sentivo strana, ma avevo un sacco di cose, di ultime cose, da fare e non potevo starmene a letto a vegetare, così esco. Una serie di doloretti qua e là a cui non davo più di tanto peso perché mi perseguitavano già da una settimana senza dare nessun esito. Da un paio di giorni filavo dritta davanti alla portineria, oramai l’adrenalina dell’arrivo imminente della busta era finita. Esco a fare due commissioni in quartiere, poi rientro a casa velocemente per pranzo prima di ri-uscire per prendere i bambini a scuola e andare al centro commerciale a Carugate a riscattare un buono sconto che sarebbe scaduto di li a un mese e io non avrei di certo avuto tempo di andarci. Tutta trafelata, come ogni mamma milanese alle 16:25,  prima di salire in macchina Luigi, il portinaio, mi  raggiunge alla porta di Priscilla (la nostra auto) e mi dice:- C’è questa per Stefano-. Io senza dargli peso prendo la grande busta l’appoggio sul sedile passeggero e ingrano la prima. Passo il primo semaforo, verde, mi fermo al secondo semaforo, rosso, butto un occhio sulla bustona bianca, butto anche l’altro occhio sulla  bustina  e… cazzo era LEI, arrivava da Londra e il logo blu dell’agenzia del Broker si intravedeva sotto i timbri postali. Stesso scenario del mese prima, mi rifiondo con i bambini in ufficio da Stefano, con un dolore al basso ventre che non dava altro segnale se non: ok quasi ci siamo. Ignara del futuro e della tangenziale alle 18:00 di venerdì volo a prendere sto cavolo di buono con bimbi a seguito. Al mio rientro le contrazioni erano belle che avviate, ma il nostro Timone ha pensato bene di uscire dopo parecchie ore (è nato il 3 dicembre).

Timo aveva appena un mese e una settimana quando lo carichiamo, col resto della famiglia, sull’aereo per Atene, poi auto a noleggio e finalmente arriviamo da Shibumi. Già l’avevamo vista a giugno e ad agosto, ma vederla con l’occhio da proprietari faceva tutto un altro effetto. Ci immaginiamo le modifiche da apportare alle cabine, i tessuti nuovi per la cuscineria, come tinteggiare di bianco le varie paratie legno scuro. I bambini erano super entusiasti, entravano da una parte, uscivano dall’altra, saltavano correvano, e noi ci stringevamo forte dentro la pancia del nostro sogno.

Su Shibumi ci siamo risaliti 10 giorni a Pasqua dove, armati di tanta pazienza ( ma solo col senno di poi mi rendo conto che era davvero nulla a confronto della pazienza avuta questo mese) abbiamo iniziato a studiarla. Stefano seguiva cavi e tubi, io svuotavo stipetti e gavoni. Dalla barca volava qualsiasi tipo di oggetto, dalla cucina al bagno, pezzi di motore, ferri vecchi, canne da pesca, pinne, libri…. Siamo entrati in pieno nella vita del vecchio proprietario edema stato anche un po’,poco, divertente. Dalle cose che aveva abbiamo capito che gli piaceva avere gente a bordo perché c’erano una quantità smisurata di set di lenzuola e salviette da fa invidia all’Hilton. Poi qualsiasi tipo di stoviglia o attrezzo da cucina strano. Dal servizio per il sushi, alle spacca chele da astice a forme di cosce di donna che terminano con un culo in ottone, poi bicchieri per ogni tipo di bevanda: da liquore, da birra, da whisky, da aperitivo, da cocktail, da vino, da champagne e soprattuto una valanga di teglie per il forno. Si denota che il proprietario non poteva essere altro se non inglese. Lo si intuisce sia per quanto bevesse, che per le svariate misure di teglie rettangolari per plumcake e soprattutto dal vassoio con spuntoni per infilarci il roast beef al centro e una cornicetta per raccoglierci il sughetto. Il tutto incorniciato da una ricca libreria di cucina di tutto il mondo, dalla thai alla giapponese, brasiliana, cubana, africana, svedese, greca, turca……..ma il top mancava: l’italiana.
Ovviamente di tutto quello elencato non c’è più nulla se non i set di lenzuola e salviette, erano puliti insacchettato con ancora il numerino rosa della lavanderia attaccato. In previsione dell’arrivo dei nostri amici due lenzuola in più non guastano.

Stefano è poi ritornato al ponte del 2 giugno, 4 giorni per sistemare un po’ di cose e definire con il capo cantiere i lavori che sarebbero stati fondamentali per la messa in acqua, e lì è stato l’inizio della fine.

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